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Dal "Giornale di Sicilia" del 7 - 9 maggio del 1952


Si è iniziato ad Agrigento il processo per la strage di Canicattì

"Giornale di Sicilia" del 7 maggio 1952

Dei trentanove imputati dei fatti avvenuti il 21 dicembre 1947 a Canicattì in gabbia ve ne erano questa mattina all’apertura della prima udienza solo sedici, essendo gli altri dodici a piede libero ed undici latitanti.
Per un così grande numero di imputati, grande numero di avvocati, che si sono costituiti in collegio di difesa.
Grande folla nello spazio riservato al pubblico, un pubblico composto di donne, vecchie e giovani, madri, sorelle, mogli di uomini che potrebbero essere condannati all’ergastolo.
Il Presidente Rocchè riassume brevemente i fatti di quel giorno d’inverno che udì il rabbioso suonare della campana della torre civica, l’urlare degli uomini, il crepitio delle armi.
Si inizia, quindi, l’interrogatorio degli imputati.
Tutti gli interpellati confermano quanto reso in istruttoria; protestando con ciò la loro innocenza.
Stefano Viola dice che, mentre venivano esplose le prime raffiche di mitra, si trovava ad un passo del maresciallo dei Carabinieri Alù e che subito si allontanò per mettersi al sicuro e di ciò si accorse lo stesso maresciallo.
Giuseppe Attardo, imputato a piede libero, dichiara non solo di essere, innocente, ma anzi di essere vittima: “venni ferito dice – da un colpo di arma da fuoco alla mano destra. Poco prima, alzando gli occhi di un palazzo di Canicattì, del quale sconosco il proprietario, vidi sbucare da dietro una coperta stesa al balcone la canna di un moschetto mi trovavo sotto tiro ed istintivamente mi scansai, ma un colpo mi sfiorò il braccio e subito dopo, mentre cercavo di portarmi fuori della traettoria, venni ferito”.
Altri tre imputati a piede libero, Lorenzo Vaccaro, Rosario Corbo, Calogero Brucculeri, protestando la loro innocenza, osservano di essere vittime di una montatura, tendente ad eliminarli quali testi a discarico dell’imputato Parenti e di altri .
Infatti essi testimonieranno a suo tempo che il Parenti e gli altri non avevano preso parte alla sparatoria; dopo diciannove mesi furono denunciati essi stessi come responsabili dei fatti.
L’imputato Arcangelo Li Calzi dichiara di non essere comunista e che il 21 dicembre si trovava a Ravanusa e non già a Canicattì fra gli scioperanti: “ Allorché si afferma che sono comunista, che ho preso parte alla manifestazione ed alla sparatoria e che dopo mi sia mascherato di anticomunista, si mente”.
E’ la volta, quindi, di Gaetano Acquisto, che ammette di essere stato lui a suonare la campana e dichiara di non aver preso parte alla sparatoria.
Ammette inoltre che il maresciallo Alù, il quale gli era vicino, esplose contro di lui un colpo di pistola ferendolo al braccio. In sede di interrogatorio extragiudiziale non rivelò questo fatto. Egli dice: “Perché il maresciallo stesso era presente all’interrogatorio”.
Per ultimo viene interrogato Vincenzo Amato, arrestato nel 1949 su denunzia, a suo dire, del cuoco della caserma dei Carabinieri, che nel 1947 aveva denunziato certo Serrao come uno dei responsabili della sparatoria. Nella sua denunzia il cuoco affermava di essere stato avvicinato in seguito dal fratello del Serrao, il quale gli spiegò che probabilmente aveva confuso suo fratello con l’Amato Vincenzo e che quindi il fratello era stato arrestato a torto. Il cuoco, sempre secondo l’Amato, si convinse e lo denunzio.
Questi i risultati ottenuti oggi nella prima seduta di un processo che si annunzia pieno do sorprese almeno a stare alle stupefacenti affermazioni dell’imputato Attardo, per cui uno dei difensori, l’On. Varvaro, si ripromette di chiedere domani l’accesso sulla piazza di Canicattì, in cui avvenne la strage.

A.I.


Testi d’accusa al processo di Canicattì

"Giornale di Sicilia" del 9 maggio 1952

La seconda udienza del processo di Canicattì (8 maggio 1952) si è iniziata con la lettura degli interrogatori resi a suo tempo da Cassaro Pasquale, Insalaco Vincenzo, Lo Giudice Vincenzo ed altri. Non esiste agli atti l’interrogatorio di Antonio Mannarà responsabile primo dei fatti, il quale si è reso latitante; su lui corre insistente la voce che si trovi da tempo in Iugoslavia.
Il Prof. Cassaro ha fatto pervenire alla Corte un memoriale difensivo, in cui si protesta innocente, insistendo in specie sul fatto di avere, in occasione dello sciopero fatto di tutto per placare gli animi e citati degli scioperanti.
Il vice sindaco d Canicattì Gazzarra e l’assessore Antinoro in effetti furono prosciolti con sentenza della Sezione Istruttoria perché fu accertato che essi avevano in quell’occasione svolto opera pacificatrice. Il Cassaro pronunziò un discorso funebre durante i funerali del Carabinieri Jannolino, ucciso il 21 dicembre, esaltando l’alto spirito di abnegazione dei Carabinieri, che impedirono, per quanto fu possibile, maggiori lutti alla cittadinanza.
Sale quindi sulla pedana il tenente dei Carabinieri Rodolfo Bongiovanni che fu gravemente ferito nei fatti di Canicattì. Dichiara di aver scorto durante la sparatoria Antonio Mannarà con in mano una pistola.
Riferisce inoltre di essersi accorto di una manovra dei dimostranti tendente a prendere le spalle le forze dell’ordine. Gli avvocati di difesa sottopongono il tenente Bongiovanni a continue domande – un vero fuoco di fila – tendenti ad avvalorare la tesi dalla quale si ripromettono evidentemente ulteriori sviluppi; tesi, secondo la quale la sparatoria fu iniziata da un balcone della piazza, come abbiamo detto ieri.
Il tenente nega tale versione, facendo notare che i proiettili in tal caso avrebbero seguito una traiettoria obliqua, invece la pallottola dalla quale fu ferito aveva avuto una traiettoria perfettamente orizzontale.
Per quel che riguarda le ragioni dello sciopero, il tenente ricorda che il Prefetto di Agrigento aveva già erogato delle somme per l’assistenza invernale ai disoccupati e si era iniziata la distribuzione ai poveri di pane e pasta.
“Si era già provveduto – ricalza il tenente Bongiovanni - all’occupazione presso agricoltori di Canicattì di trecento disoccupati.
Tutta la manifestazione, con la sua tragica conclusione, fu quindi artatamente e deliberamene provocata dai dirigenti sindacali e politici”.
Il carabiniere Giuseppe Giuliana afferma: “Penso sia stato Mannarà a sparami addosso, perché proprio lui si trovava vicino a me”.
Giornata poco felice questa di oggi per gli imputati, ma la difesa ha prospettato una istanza per l’accesso alla piazza di Canicattì onde potere individuare il balcone dal quale gli imputati affermano che sia stata iniziata la strage.
La Corte si è riservata di decidere.
Si riprenderà lunedì 12.


















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