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LA STALINISTA STRAGE DI CANICATTI' DEL 21 DICEMBRE 1947


Erano i tempi di Stalin e dei suoi fanatici sostenitori, che lo idolatravano e ne auspicavano la venuta. Per le strade di Canicattì, nei loro frequenti cortei, i comunisti di allora, dietro a enormi bandiere rosse con tanto di falce e martello, andavano sbraitando con tono minaccioso e intimidatorio: "Ha da venir baffon", cioè Stalin, che per loro era il padre buono di tutti i lavoratori del mondo. Come poi sia andata a finire, lo sappiamo tutti. Egli si è rivelato il più grande sfruttatore e oppressore di tutti i tempi, tanto che neppure nella stessa Russia ne vogliono più sentir parlare. E meno male che non sia arrivato da noi, come volevano allora gli esaltati che lo osannavano e reclamavano a gran voce. Tanti, e anche parecchi di loro, sarebbero andati a popolare i cimiteri o i gulag. La libertà sarebbe stata tolta a tutti, le masse sarebbero state costrette ai lavori forzati e il popolo si sarebbe irrimediabilmente immiserito. L'esperienza dell'Unione Sovietica docet.

In quegli anni le conseguenze della guerra fomentavano sovente reazioni violente da parte di agitatori rossi, tutti convinti della ormai imminente rivoluzione. Per le strade, nelle loro sfilate, prima dei comizi in Piazza IV Novembre, andavano cantando a squarciagola: "Rivoluzione si farà!...". Gli scioperi erano frequenti e non sempre pacifici. Tribuni improvvisati e furenti accendevano sempre di più gli animi di tanti esasperati che, già scossi dalla tremenda esperienza della guerra, in quel vuoto di potere che ne era derivato, erano protesi a forzare il corso degli eventi per volgerli dalla loro parte, nell'illusione di una radicale mutazione sociale e politica, come quella verificatasi in Russia con la rivoluzione d'ottobre.

Le turbolenze a volte coinvolgevano eventi religiosi, cui dovevano essere del tutto estranei i motivi politici. Incresciosi furono gli incidenti che accaddero il 3 maggio 1944, quando per la prima volta, dopo l'interruzione degli anni della guerra, venne ripristinata l'antica festa del Tre di Maggio, con la solenne processione del Crocifisso e dell'Immacolata che, partendo dal convento dello Spirito Santo, doveva dirigersi verso la chiesa di San Francesco. Proprio quell'anno era stata aperta a Canicattì una sezione staccata del Liceo Classico "Empedocle" di Agrigento. A insegnarvi filosofia e storia era stato incaricato don Vincenzo Restivo, il futuro arciprete, il quale aveva organizzato con quei giovani liceali un'associazione di scout. Questi giovani, come gruppo religioso aderente all'Azione Cattolica, si erano inquadrati davanti alle statue, portandovi il tricolore.

Ma, quando la processione, snodatasi dal sagrato della chiesa dello Spirito Santo, scese dalla via Bertani e giunse nella piazza di Borgalino, si vide sbucare dal fondo della Via Colombo e avanzare verso le statue un corteo di militanti comunisti dietro a una gran bandiera rossa. La lotta esplose, quando essi tentarono di strappare ai giovani esploratori dell'Azione Cattolica la bandiera italiana. In breve la piazza di Borgalino si trasformò in un ring di furibonde risse, senza alcun riguardo per il Crocifisso e la Madonna, che sostavano sui loro fercoli nel centro della piazza. Quei giovani cattolici, con la coccarda pontificia, difendevano il simbolo dell'Italia. I comunisti difendevano invece la bandiera dell'URSS. La processione poté proseguire senza tricolore né bandiera rossa. Però, quando essa giunse davanti alla chiesa di San Francesco, si infuocarono di nuovo gli animi. A provocare la reazione dei comunisti fu la vista del vessillo italiano sulla cima del campanile. Tentarono essi in tutti i modi di strapparlo, ma incontrarono l'energica opposizione dei giovani scout di Azione Cattolica, che non erano affatto, come da qualcuno è stato scritto, "in partibus infidelium". Si riaccesero allora le zuffe, mentre la gente fuggiva da ogni parte, tra lo scompiglio generale. Quel giorno la processione si concluse a San Francesco, in attesa di tempi migliori.

L'odio contro la Chiesa e i suoi uomini si andava facendo sempre più aspro nell'animo degli esaltati e violenti stalinisti. Basta pensare a quel che canticchiavano nelle loro volgari filastrocche contro i preti: "Un vo' e un parrinu ammu a 'mpajar", e così via. L'odio ateo e anticlericale arrivava al suo culmine il 12 ottobre 1952 nell'attentato contro il parroco della chiesa di San Diego, padre Matteo Montante. La sera di quel giorno, alle ore 20, gli spararono direttamente in testa in Via Torino, con il cruento proposito di ucciderlo. Bucarono il suo cappello, ma la testa rimase miracolosamente illesa. E così il buon parroco di San Diego si salvò. Avevano appreso bene la lezione bolscevica della dittatura del proletariato, senza religione e senza democrazia, i figlioletti di Stalin. Loro regola di vita era diventata l'intolleranza. Dalla fine della guerra, da quando il capitano Norris H. Perkins, il 12 luglio 1943, era entrato a Canicattì con i suoi carri armati, essi aspettavano la rivoluzione. "Rivoluzione si farà!", andavano cantando a tutti gli angoli delle strade. Erano impazienti. Erano già passati quattro anni. Nel 1947 vollero accelerare i tempi. E pensarono che l'occasione buona potesse essere uno sciopero generale fatto di domenica.
Ora farebbe ridere gli oceani uno sciopero generale indetto di domenica. I sindacati attuali non lo farebbero mai, perché si coprirebbero di ridicolo. Ma non fu così per la Camera del lavoro di Canicattì di quei tempi. Essa lo indisse per il 21 dicembre 1947, giorno di domenica, in cui non lavorava nessuno: poteva essere aperto soltanto qualche bar. E là puntavano i violenti: provocatoriamente, contro il bar di Aurelio Contrino, che sapevano essere uomo di destra. Il bar era quasi al centro del Corso Umberto, poco distante dalla chiesa di Santa Rosalia, nel posto dove ora sorge il Gran Bar. Cercavano la scintilla i provocatori per fare esplodere la situazione. Democraticamente, gli avrebbero imposto di chiudere. Al suo rifiuto avrebbero avuto il pretesto di reagire e avrebbero dato inizio alla tanto sospirata Rivoluzione. Il farneticante piano era preordinato e fu attuato come previsto. E' emblematica al riguardo questa dichiarazione del farmacista Diego Cigna, uomo di sinistra di sicura fede democratica. Egli raccontò che il tabaccaio Angelo Attardo gli aveva riferito che "verso le ore 14 del 21 dicembre 1947, passando davanti al negozio di Ferreri Ignazio, un gruppo di comunisti, in tono minaccioso ebbe a dirgli: «Don Angelo, domani vi porteremo i fiori»".
Il farmacista Cigna nel primo pomeriggio di quella domenica, verso le tredici, era entrato nel bar Contrino a prendere un caffé. E notò che la situazione si andava facendo sempre più pericolosa, perché gli imponevano democraticamente di chiudere, ma egli si opponeva. "Nel vedere che la situazione - racconta il farmacista Cigna - prendeva una brutta piega, mi affrettai a rientrare nella mia casa che è quasi di fronte al Caffè Contrino. Dopo alcuni minuti intesi lo sparo di molti colpi di arma da fuoco e subito pensai che il proposito manifestato la mattina dai dimostranti, cioè di far scorrere sangue, si era attuato. Dopo un po' alcuni borghesi portarono in casa mia, gravemente feriti, il ten. Bongiovanni ed i carabinieri Iannolino e Cocchiara, nonché altro carabiniere di cui non ricordo il nome. Avendo nella mia abitazione il necessario subito prodigai il pronto soccorso a tutti i feriti". Era avvenuto che i dimostranti, dopo avere ottenuto con la forza la chiusura del bar Contrino, si erano avventati, come si legge nella sentenza della Corte d'Assise, sui carabinieri "per dividerli l'un dall'altro". E uno di loro era arrivato ad afferrare il carabiniere Rosario Cocchiara per disarmarlo. Questi, per non essere sopraffatto, "esplose tre colpi in aria, ottenendo il momentaneo allontanamento degli aggressori". La Corte d'Assise continua così: "Ma subito dopo, mentre il Mannarà gridava: «Avanti compagni non abbiate paura, i carabinieri hanno l'ordine di non sparare», i dimostranti tornarono all'attacco ed alcuni di essi, rotto l'esile cordone, si portarono a tergo dei carabinieri.
Contemporaneamente si sentirono dei colpi d'arma da fuoco ed in breve vi fu uno spara spara generale, cui i militari reagirono come poterono". La terribile sparatoria costò la vita ai cittadini Domenico Amato, Angelo Lauria, Salvatore Lupo e al carabiniere Giuseppe Iannolino. Ci fu un fuggi fuggi generale. Quando l'inferno di fuoco cessò, la piazza e il corso erano deserti: restavano solo, distesi a terra, i morti. Ma c'erano anche i feriti; e tra questi alcuni militari dell'Arma: il tenente Rodolfo Bongiovanni, l'appuntato Giuseppe Giuliana e il carabiniere Rosario Cocchiara.

Non era stata la fantomatica fame a spingere alla lotta quel giorno. Era stata invece la sete: la sete di potere di fanatici stalinisti. Un galantuomo come il farmacista Diego Cigna, il quale nel 1920 aveva, con le sue battaglie democratiche e giornalistiche, portato i socialisti al vertice del Comune, aveva capito l'involuzione stalinista che aveva assunto il blocco social-comunista e se n'era staccato, aderendo al Partito Socialista Democratico Italiano, fondato da Giuseppe Saragat, dopo la scissione di Palazzo Barberini. Ma capì quella involuzione pericolosa anche il popolo di Canicattì, tant'è che, nelle elezioni politiche di quattro mesi dopo quella domenica di sangue, il Fronte Popolare dei socialcomunisti fu clamorosamente battuto. Esso ebbe per il Senato appena 5.438 voti (erano stati 7.043 nelle precedenti amministrative), mentre la Democrazia Cristiana ne riportò 9.085 (3.970 il 10 marzo del 1946). Ai separatisti del Movimento per l'Indipendenza della Sicilia andarono soltanto 99 voti e al Blocco Nazionale di destra 62. E bisogna riconoscere che una simile esiguità di voti di tale Blocco, a meno che non si abbiano gli occhi tappati di salame e il cervello imbottito di prosciutto, smentisce la diceria della pericolosità della potente e massiccia presenza dell'Uomo Qualunque a Canicattì, dove avrebbe organizzato il complotto agrario-massonico-fascista. Le anime belle erano invece gli atei e anticlericali dello stalinismo.


Intervista di TV Europa a Leonardo Di Stefano sui fatti del 21-01-1947
Articoli del "Giornale di Sicilia" del 7 e 9 maggio del 1952







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