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ECOLOGIA E SVILUPPO SOSTENIBILE di Salvatore Marotta
1° Conferenza Programmatica Regionale - Palermo, 3 Febbraio 2008


L’area politica e culturale cui facciamo riferimento iniziò ad occuparsi di ecologia negli anni Settanta. La prima associazione ambientalista di “area” – il Fronte verde- risale al 1971 ed ebbe tra i suoi ispiratori Rutilio Sermonti e come presidente il principe Ruspoli. Ma fu nella seconda metà di quel decennio che nel Movimento Sociale venne posto con forza questo tema dall’allora minoranza interna , che faceva capo all’on. Rauti. Le tesi contenute nei documenti congressuali “Linea futura” (1977) e “Spazio nuovo” (1979), dedicavano ampio risalto al rapporto uomo-ambiente, indicando al partito una linea politica che facesse sua, senza mezzi termini, la battaglia ecologica in quanto profondamente connaturata ai principi ispiratori della nostra concezione dell’uomo, della vita e del mondo. Ci fu in quegli anni un grande fermento culturale nella base militante che cercava di uscire, di “andare oltre” l’assedio esterno e il vecchiume interno e sperimentava un modo nuovo e diverso di fare politica: con le radio libere, i centri librari, i cineforum, la musica alternativa, i campi Hobbit e, appunto, le associazioni ambientaliste. Di questo tipo di “strutture parallele”, come le chiamavamo allora, ne contammo addirittura tre: i Gruppi di ricerca ecologica (Gre), che raggiunsero una notevole espansione e presenza nel territorio, “Fare verde” e “Azione ecologica”.

Nel Manifesto dei Gre si leggeva: “ Il sistema distrugge l’ambiente. La difesa dell’ambiente è l’alternativa al sistema”. In questa frase c’era e c’è l’essenza del nostro ambientalismo, che non si limita a denunciare i guasti e ad indicare i rimedi più o meno “tecnici” per fronteggiarli, ma vuole andare al cuore del problema, risalire alle cause del disastro ambientale, cioè a quel “sistema”, a quel modello di sviluppo neo-capitalista, basato sul profitto e sul consumo, verso il quale ci poniamo come alternativa etica, culturale, politica e sociale. Dietro la spinta di queste istanze, il MSI istituì nel proprio organigramma un Ufficio di politica ambientale affidato al presidente dei Gre Alessandro di Pietro- ormai da tempo noto conduttore di programmi televisivi- e fu il primo partito italiano a presentare in Parlamento una legge quadro sull’impatto ambientale. Ma la direzione politica del Movimento sottovalutò l’importanza di questi problemi, preferì occuparsi di altre cose e non vennero portate avanti delle battaglie coerenti in modo da far identificare il partito con l’interprete autentico della difesa dell’ambiente. Dopo il congresso di Fiuggi nasce la Fiamma Tricolore e vengono riprese le tematiche ecologiste, tanto che nei nostri documenti congressuali c’è l’adesione del partito al decalogo del WWF. Ma dobbiamo prendere atto che praticamente è cambiato poco, perché una cosa è parlare di ecologia in linea di principio, altra cosa è fare ecologia e costruire una politica in tal senso. Il risultato è che ormai da tempo la bandiera verde sventola a sinistra e nell’immaginario collettivo c’è l’idea che quella ecologica sia una battaglia di “sinistra”. Dobbiamo dire che a questo risultato hanno contribuito e contribuiscono diversi esponenti del centrodestra che affrontano quantomeno con sufficienza la questione ambientale. Un esempio emblematico di questo modo di pensare ci è dato dal libro “Verdi fuori, rossi dentro”, edito da “Libero” nella collana “Manuali di conversazione politica”, dove le emergenze ambientali vengono presentate come una sorta di “inganno” e di “complotto” privo di basi scientifiche. “Basta con le balle eco-ambientaliste-scrive Renato Brunetta nell’introduzione- basta con le stupidaggini delle medicine alternative, dell’agricoltura biologica, basta con l’opposizione al transgenico, basta con la regressione culturale, antiscientifica di tanta pubblicistica pseudo ambientalista”. E vi risparmio altre “perle” di saggezza.

Sta di fatto che ci sono innumerevoli trattati internazionali in vigore che hanno a oggetto la tutela ambientale, una mole impressionante di documentazione e studi, tre Conferenze mondiali sullo stato di salute del Pianeta ( Rio nel 1992, Kioto nel 1997 e la recente conferenza di Bali nel dicembre 2007 ) che dimostrano come l’emergenza ambientale sia una cosa terribilmente seria. Questo non vuol dire iscriversi al partito dei catastrofisti, vuol dire semplicemente riconoscere il pericolo e affrontarlo con il necessario rigore. Ho richiamato in precedenza la nostra tradizione ambientalista e le significative esperienze di tipo associazionistico. Dobbiamo riprenderci ciò che è nostro. Nel momento in cui gli ecologisti hanno sposato l’ideologia progressista, hanno tradito le ragioni profonde dell’ecologia, dei suoi principi, che stanno in una visione organica, olistica e quindi tradizionale del mondo. In termini culturali, le prime indicazioni ecologiche dell’era contemporanea si ritrovano in Alexis Carrel, premio Nobel nel 1912 per la medicina e la fisiologia. Carrel, definito scienziato-filosofo, scrisse un’opera meravigliosa dal titolo “ L’uomo questo sconosciuto”, prima edizione nel 1935, tradotta in oltre 20 lingue, uno dei best-seller del ‘900- in cui espone una critica serrata della civilizzazione moderna considerata “contraria alla natura umana”, poiché costruita senza una reale conoscenza di essa. Nemico di ogni riduzionismo, egli concepì l’uomo nella sua totalità, come un’unità organica di corpo, mente e spirito.

Sul piano politico non c’è dubbio che sia stato il fascismo a preoccuparsi per primo di ricercare un rapporto armonico ed equilibrato dell’uomo con l’ambiente naturale. Basta ricordare la polemica contro l’urbanesimo; la bonifica integrale e le città costruite a misura d’uomo; l’istituzione della Milizia Forestale e della Facoltà di Agraria, per comprendere la capacità del fascismo di vedere e affrontare in anticipo problemi che poi sarebbero divenuti drammatici: guardiamo a come si vive nelle attuali megalopoli, a quello che vi accade in termini di violenza e di degrado generalizzato della vita. Negli anni Settanta, quando si comincia a prendere coscienza del problema ecologico, incontriamo un altro premio Nobel, il fondatore dell’etologia Konrad Lorenz, assertore di un’ecologia in linea con i valori della tradizione. Degna di nota è l’opera di un altro scienziato, il fisico Fritjof Capra, che ha dimostrato le analogie tra la fisica moderna e la visione olistica del cosmo propria del misticismo orientale ( vedi “Il Tao della fisica” ). La crisi dell’Occidente materialista e utilitarista, di cui i problemi ambientali sono un segno evidente, dovrà condurre, secondo Capra, ad un “punto di svolta”-titolo di un altro suo libro- che segni il superamento del riduzionismo, tipico del pensiero moderno, in nome di una visione sistemica ed ecologica del mondo. Il tempo a disposizione non ci consente di citare altri autori e filoni di pensiero, ma crediamo che il quadro di riferimento culturale delineato, seppure in via di sintesi, abbia chiarito come la vera ecologia nulla abbia da spartire con le utopie progressiste. Forti di questo retroterra culturale noi avanziamo una proposta organica in tema di politica ambientale e sviluppo sostenibile che abbiamo cercato di sintetizzare in quattro punti. In questa sede si tratta, ovviamente, di indicazioni di massima perché ogni argomento meriterebbe una trattazione specifica e particolareggiata.


1° AUTOSUFFICIENZA ENERGETICA.

La prima questione da affrontare, per una Nazione che voglia essere moderna, competitiva e, soprattutto, sovrana, riguarda l’energia. E questo tanto alla luce della nostra pesante dipendenza dall’estero, quanto dei progressi tecnologici. Sarà possibile centrare l’obiettivo dell’autosufficienza energetica solo imboccando decisamente due strade parallele: quella dello sfruttamento delle energie alternative e quella dell’energia nucleare. Opporsi oggi al nucleare sa tanto di pregiudizio ideologico. In passato anche noi siamo stati contro il nucleare, soprattutto per il problema riguardante lo smaltimento delle scorie. Ma il nucleare di cosiddetta quarta generazione promette energia pulita in piena sicurezza.

Del resto, pur nel massimo rispetto per chi, anche nel nostro ambiente, nutre a riguardo dubbi e perplessità, non possiamo esimerci dal fare alcune considerazioni. Siamo il Paese che paga le più alte bollette energetiche. Importiamo petrolio, gas ed energia prodotta dalle centrali nucleari dei nostri vicini. In un mondo dove le principali potenze e molti Paesi in via di sviluppo ricorrono a questa risorsa, quale ruolo potrà avere l’Italia se continuerà a privarsi del nucleare? Inoltre, non dimentichiamo che il nucleare è un’energia pulita che non inquina l’atmosfera e il Parlamento europeo ha approvato di recente un documento in cui si dichiara che l’energia nucleare sarà indispensabile per il nostro fabbisogno energetico per motivi economici ed ambientali. Bene ha fatto quindi il nostro partito a prendere posizione già da tempo, per un ritorno a questa fonte energetica. Dobbiamo sfruttare al meglio le fonti rinnovabili e ridurre la dipendenza dai combustibili fossili, in particolare il petrolio. Perché dovrebbe essere la Germania, che non splende certo per il sole, e non l’Italia, ad avere il maggior numero d’impianti fotovoltaici? In tutto questo un ruolo di primo piano può e deve averlo la Sicilia, viste le sue particolari condizioni climatiche. Secondo l’assessore regionale all’industria Giovanna Candura, la svolta si avrà con il Piano energetico regionale-la cui gestazione è stata lunga e problematica- e che fa leva proprio sulle energie rinnovabili. I piani d’azione più importanti riguardano “lo sviluppo di risorse rinnovabili, il risparmio energetico, la valorizzazione delle risorse endogene e il sostegno delle filiere produttive collegate ai sistemi energetici, lo sviluppo delle agroenergie, la mobilità sostenibile e l’autosufficienza energetica delle isole minori”. ( Vedi “La Sicilia” 11 dicembre 2007- Dossier Ambiente). Molto interessante ci sembra il progetto di creazione di distretti agroenergetici per incentivare la produzione di energie da fonte agricola. A questo proposito un esempio arriva proprio dalla mia provincia, Enna, dove, nella Valle del Dittaino, si produce energia pulita col cavolo. Non è una battuta. Il cavolo abissino, cioè la coltura di “brassica carinata”, è una pianta che produce un seme che spremuto si trasforma in olio grezzo utile per i generatori. L’olio grezzo raffinato diventa biodiesel. Queste piante occupano 10 ettari del comprensorio ennese, destinati presto a diventare cento. ( I love Sicilia dicembre 2007). I biocombustibili daranno un contributo importante per la sostenibilità ambientale. Per quanto concerne il settore eolico, abbiamo avuto in Sicilia negli ultimi anni un notevole incremento e altri impianti sono in fase di realizzazione. Ma essendo questo un settore che presenta una sua criticità, noi chiediamo che la realizzazione di nuovi parchi eolici sul nostro territorio sia legata a reali vantaggi per le nostre comunità, in termini di risparmio energetico e di sviluppo sociale. Lo stato deve valorizzare adeguatamente il contributo che la Regione offre rispetto agli obiettivi nazionali.


2°. PROGRAMMAZIONE DEL TERRITORIO E INFRASTRUTTURE.

Se la sostenibilità deve essere la parola chiave dello sviluppo bisogna pensare ad una organica programmazione del territorio, per ritrovare un equilibrio tra economia, ambiente e identità dei luoghi. Due grandi scempi sono stati consumati a danno della nostra isola negli ultimi decenni: quello dell’abusivismo edilizio e quello di uno pseudo sviluppo industriale che, con gli insediamenti petrolchimici, ha danneggiato l’ambiente, compromesso la salute dei cittadini e la bellezza delle nostre coste, da Milazzo a Priolo, da Marina di Melilli a Gela. Oggi tutti riconoscono quello che il Movimento Sociale ha sempre sostenuto: il futuro della Sicilia è nel turismo; se decolla veramente il turismo “volano” anche gli altri settori, a partire dall’agroalimentare e dal commercio. Il futuro è nella protezione e valorizzazione dell’immenso patrimonio costituito dai nostri Beni culturali, il futuro è nella bellezza dei nostri luoghi che storia e natura ci hanno consegnato. E allora mai più progetti industriali contrari alla vocazione naturale dei territori, mai più speculazioni edilizie e mai più condoni edilizi, mettendo però i cittadini nella condizione di agire in un contesto certo di regole e di programmazione urbanistica. Non è più tollerabile il fenomeno di tanti Enti locali sprovvisti di Piano regolatore generale. O in tempi certi si dotano dello strumento urbanistico, oppure vanno commissariati e i rispettivi amministratori mandati a casa. Una politica per il territorio e per la promozione del turismo non può prescindere dalle infrastrutture. Il governo Prodi, anche a questo proposito, è stato deleterio. La regione Sicilia punterebbe a creare, entro il 2013, un sistema integrato di trasporto merci e persone. Ma, mentre per i porti ci sono dei dati incoraggianti e per gli aeroporti la situazione è soddisfacente( la Sicilia ha ormai due poli aeroportuali: uno occidentale con Palermo e Trapani, l’altro orientale con il nuovo aeroporto di Catania, cui presto si aggiungerà Comiso), il punto dolente dell’isola rimane il trasporto autostradale e ferroviario. Qui c’è tantissimo da fare, anche se ci rendiamo conto che in pochi anni sarà difficile recuperare un ritardo di decenni, una vergogna per la partitocrazia che ha gestito il potere in questo lunghissimo dopoguerra. Parlando di infrastrutture non dimentichiamo che la prima infrastruttura è il suolo. Secondo il Ministero dell’ambiente, sono ben 272 i comuni siciliani classificati a rischio idrogeologico, ma da un rapporto di Legambiente( vedi “ Ecosistema rischio 2006-Sicilia”) apprendiamo che oltre la metà dei comuni non fa praticamente nulla per mitigare il rischio idrogeologico. Questa lacuna viene in parte colmata dal lavoro svolto direttamente dalla regione, anche in termini di protezione civile. L’assessore al Territorio e Ambiente Rossana Interlandi ha di recente dichiarato: “ Dobbiamo passare dalla gestione dell’emergenza , quella che si concretizza praticamente ogni volta che piove con particolare intensità, alla programmazione ordinaria, attraverso la pianificazione preventiva di una serie di interventi sistematici di consolidamento del suolo su tutto il territorio regionale”. Sottoscriviamo in pieno e ci impegniamo a fare la nostra parte. Attraverso i nostri militanti, incalziamo i Comuni per sapere se esistono dei piani di emergenza, se sono aggiornati e conosciuti dalla popolazione, nonché l’organizzazione locale della protezione civile; se ci sono attività ordinarie legate alla gestione del territorio, la manutenzione di argini e opere idrauliche, il rispetto delle norme di salvaguardia dettate dai Piani di Bacino.


3°. EMERGENZA RIFIUTI E QUESTIONE ATO.

La tragedia di Napoli e della Campania serva da monito alla Sicilia e alla nazione intera. Quella dei rifiuti è un’emergenza nazionale che lo Stato deve affrontare combattendo le ecomafie e imponendo modelli efficaci di riciclo e smaltimento. Dovrebbe ormai essere chiaro a tutti che il “cuore” di una sana gestione dei rifiuti consiste nella raccolta differenziata. I termovalorizzatori sono certamente utili ( in Sicilia ne sono previsti quattro), ma in questi impianti deve confluire solo una quota residuale dei rifiuti. Qual è la situazione in Sicilia? Purtroppo, non siamo messi bene. La raccolta differenziata è al 6% contro una media nazionale del 12%. Siamo lontanissimi dagli obiettivi fissati dal Piano regionale dei rifiuti che prevedeva il 20% nel 2007 e il 35% entro il 2008. Tra l’altro, il Piano prevede la realizzazione di 27 impianti per la produzione di compost, il che sarebbe un’ottima cosa. Peccato, però, che gli impianti in funzione si contano sulle dita di una mano. L’imperativo è dunque quello di centrare gli obiettivi previsti dal Piano che ha avuto il via libera a livello europeo. C’è poi la questione degli ATO perché in concreto la gestione dei rifiuti sul territorio è affidata ai 27 Ambiti territoriali ottimali, che a loro volta hanno appaltato attraverso imprese di servizio. Gli ATO hanno dato pessima prova gestionale causando innumerevoli disservizi, alcuni hanno accumulato debiti per milioni di euro, perché sono dei carrozzoni clientelari al servizio della partitocrazia ed hanno scaricato sulle spalle dei cittadini, mediante tariffe esose, la loro dissennata gestione. Secondo il progetto di riforma gli ATO dovrebbero passare da 27 a 9, ma a nostro avviso essi non vanno riformati, vanno soppressi. La gestione dei rifiuti passi ai Comuni e con uguale forza ci opponiamo a qualsiasi scellerata ipotesi di privatizzazione degli acquedotti.


4°. NO ALL’UTILIZZO DI OGM IN AGRICOLTURA. PER UNA PRODUZIONE DI QUALITA LEGATA AL TERRITORIO.

La nostra contrarietà al transgenico in agricoltura è dettata da considerazioni culturali ed economiche nello stesso tempo. Come si legge nel Programma politico ufficiale del nostro partito: “ Rigettiamo qualsiasi tentativo di alterare il naturale percorso e il sano processo naturale della crescita vegetale e animale attraverso l’adozione di OGM ed ogni tipo di sperimentazioni genetiche, sistemi di alterazione i cui riflessi sulla salute umana e più in generale sui processi stessi della natura sono ancora incogniti. Questo non solo e non tanto per la pericolosità per l’uomo degli OGM, ancora tutta da dimostrare scientificamente, ma perché l’utilizzo degli OGM è esclusivamente interesse delle Multinazionali, che perseguendo politiche del massimo profitto, mirano, anche riducendo drasticamente la preziosa variabilità genetica delle coltivazioni naturali, a soppiantare le varietà vegetali tradizionali, diffondendo le monoculture e imponendo sementi di cui controllano integralmente il processo riproduttivo”. La nostra civiltà agricola e rurale, il nostro patrimonio eno-gastronomico, vanno rafforzati e rilanciati “ soprattutto nella produzione di specificità e prodotti locali ad origine controllata e di alta qualità, attraverso la creazione di consorzi di tutela e commercializzazione dei prodotti, promossi e sostenuti dallo Stato” ( vedi programma politico del MS-FT ).

In conclusione: se lo sviluppo sostenibile, secondo la definizione classica, è una “ forma di sviluppo che permette di soddisfare i bisogni attuali senza compromettere la capacità delle generazioni future di soddisfare i loro”, questo implica un diverso modello economico e sociale, una rivoluzione delle coscienze e delle mentalità, un nuovo stile di vita, una nuova concezione del benessere. Solo una politica “alta” potrà indicare e gestire questo nuovo modello; una politica che ha per base la partecipazione, per altezza la decisione e per finalità il bene comune. Il bene comune: non il profitto e l’interesse dei pochi.

Palermo, 3 Febbraio 2008

Salvatore Marotta




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